Doccia fredda. Sono le 16.24 di una splendida domenica trascorsa a bere, ridere e scherzare.
In quella casa che non è la tua, seduta su una sedia senza poggia piedi senti un suono leggero. Il rintocco di un messaggio che porta il suo nome e lì così per caso con i piedi penzoloni ti scappa un sorriso. Un sorriso che sparirà nel giro di pochi secondi perché lui non è pronto a darti ciò che tu vuoi, non è pronto per la normalità. Odi quella casa che non ti appartiene, quelle persone che ti facevano ridere le eviti per non farti leggere l'amarezza sul volto.
D'improvviso vorresti essere come tua nonna. Lei sì che sapeva rammendare e ricucire. Vorresti ricucire ciò che è stato e rammendare i suoi pensieri. Vorresti dirgli che la serietà di una storia non è una promessa eterna o una catena ma è semplice rispetto.
Lo affronti con ago e filo imitando la nonna ma al posto di calzini scuciti e pezze logore ti ritrovi un muro. E sai benissimo che gli aghi ai muri fanno solo solletico. Ti verrebbe voglia di buttarlo giù, così ci provi ma la botta rimbomba e torna indietro.
Ti ritrovi per strada, da sola, senza sapere quante volte hai udito quelle parole che graffiano e affondano la speranza.
Ti ritrovi per strada, da sola, senza sapere quante volte hai udito quelle parole che graffiano e affondano la speranza.
Ora alle 23.42 ho capito che probabilmente non dormirò e che domattina a darmi il buongiorno non sarà lui ma la mia gastrite. Però anche questa volta ho trovato la forza di sperare anche se a sperare poi mi dispero.
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